Estate e #sorrentino

#cheregazzina

Il vero motivo per cui Sorrentino riempie le sale risiede nell’essere riuscito a rendere sexy l’andropausa in un paese di vecchi. La vera rivoluzione è la zumba delle 13.00. Prossimo film: Servillo bodybuilder in una clinica di Pomezia. Anna Bonaiuto perfida moglie che fa rinchiudere il marito rincoglionito. Finale aperto. E suore. E fenicotteri.

prosecchino-prozacchino

Radicalchi?

La tristezza infinita di alcuni festival di cinema nell’Italia di oggi meriterebbe davvero un saggio e una definizione totalizzante, tipo: la cultura del buffet. Questi quattro critici, sempre loro e sempre gli stessi, sempre col bicchiere di prosecchino, sempre con questi amorazzi provinciali da sacrestia ogni anno, che si incontrano -ogni anno- mentre convegnano in un moto perpetuo senza mai collassare, interrogando registi da trapasso arrivati direttamente da cliniche per alcolisti della Florida. Vado a fare boxe alla Virgin con commesse marchettare e negozianti evasori e culturisti, un’umanità di veri artisti. La vera narrativa è a Nuovo Salario.
Se magna?

cinema necessario #1

Radicalchi?

La piaga del cinema necessario è quella terapia atta a far sentire migliore di te gente nata nei 70 che vive a Roma, legge l’Espresso, lavora nelle case editrici e nel cinema, legge ZeroCalcare se va bene o peggio l’orribile e nefasto Makkox, non suona strumenti musicali, non fa sport e cerca post dottorati ma sempre vive la micragna come un destino sociale da vittime di qualcosa. Come massima aspirazione tre giorni al Lido di Venezia (uno dei posti più tristi del mondo che fa sembrare Anguillara San Francisco) a vedere, mangiando male dormendo peggio e frequentando inaciditi e carogne cioè i cinematografari, film su pecore in Calabria che parlano un antico dialetto fenicio annunciando, in luce caravaggesca fatta con Adobe, grandi verità di una perduta civiltà contadina messaggera di estasi cavernicole. Un mix micidiale di cattolicesimo e paleo comunismo e lago di Martignano. Per questo motivo guardo Netflix.

vademecum

Radicalchi?

Vocabolario da figurone e utile per i critici a Cannes che vogliono sembrare profondi, eclettici e pronti per incarichi Rai e qualche dibattito a Fandango Libri:

1-“Palindromo”: da usare contriti, con fronte corrugata e espressione da stitici. Senza specificare nulla per lasciare una sospensione da intangibilità. Che non avete.

2- “Ieratico”: da usare con ampio gesto delle mani ad abbracciare l’universo mentre pensate a come scoparvi quella in prima fila;

3- “Politique des auteurs”: da usare sempre con un sospiro di rimpianto, meglio se pensate al campionato mentre ne parlate;

4- “Weltanschauung” (la sua): da usare prima di un lungo excursus sulle ragioni di questa crisi del cinema, di noi, di voi e di altro, e di tutto e di più. Pietà.

5- “Imploso” (un cinema): da usare con “suo” : ” Un cinema imploso il suo, che ci racconta…” poi fermatevi , va già bene così;

6- “Suo”: vedi sopra. Aggiungerci “necessario”. Il suo cinema necessario. Gradito , ma in disuso, “urgente”. Nonostante l’unica urgenza che sentiate sia quella di irretire la hostess 22enne di Caserta che fa il Dams a Roma conosciuta al buffet mentre discutevate di teoretica.

7- “Le logiche” ( produttive, narrative , interpretative) molto gradito anticipare il tutto con i verbi “sfuggire alle” e “soggiacere”

8- “metacinema”: da usare se non si capisce un cazzo della trama e c’è però odore di premio;

9-“Interstizi”: da usare su richiesta, molto più profondo “interstiziali”

10-“Asimmetrie”: vedi alla voce logiche

11- “Pulsione”: da usare con sguardo profondo e gesto della mano ad indicare una qualche urgenza di comunicare il vostro pensiero profondo. Certamente.

12- “Altra”: sempre anticipato da “realtà” o meglio ancora “verità”: realtà/ verità altre;

13- “Spettacolarizzazione”: da usare sempre con la parola dolore e con disgusto. Perfetta nei banchetti l’espressione schifata ” Questa spettacolarizzazione del dolore”

14- “Pornografico”: vedi sopra

15- “Una sorta di” espressione da usare sempre con le parole precedenti e con la convinzione di chi la sa lunga ma continua a struggersi in un pensiero abissale.

zingavetti

#orfani

Ieri alla riunione condominiale ho proposto di inserire a mie spese una rastrelliera per bici nell’androne tombale del condominio. Mi sono poi guardata intorno spiegando anche a gesti i concetti di rastrelliera e di androne ma non ho convito l’ ing Rinaldi età 84 anni che dice che siccome che ci ha i nipoti si fanno male. Tutte le salme hanno annuito e io per risalire la china ho allora proposto :“Meno Macron e più equità: il mio Pd non sta con l’élite”

Grazie Zinga per la sottomarca scamuffa di populismo che vai proponendo e tanti auguri per quel 10% che è lo zoccolo duro della bocciofila di novantenni che ti appresti a dirigere.

Scrittura di calamari

#orfani, Radicalchi?

Quando sei giovanissima, come me qualche anno fa, e con delle sfortunate velleità artistiche e un’urgenza totalmente immotivata di comunicare capita che ti ritrovi in balìa di maledetti mentori psicotici esangui e senza vita, salvando quelle anime pie di Serianni e Mario Martino, ma per il resto membri di sette di inetti, con la scrittura pesata in ogni virgola con il predicozzo sul senso dell’arte, e con il classico, immondo moralismo di sinistra sull’arte come lavoro e sacrificio, la letteratura come “lavoro”, “artigianato” e altre baggianate incredibili. Lavoristi pure quando scrivete fesserie. Spero che Carmelo Bene vi maledica tutti. Tutti insieme. E poi uno per uno.
Detto questo, sarebbe bene ricordare quanto scrivere sia una condanna. Bisognerebbe scolpirlo indelebilmente sull’androne di ingresso di Lettere e Filosofia, a La Sapienza; cosicché nessuno venga più traumatizzato dalle Maya Sansa colte, sfrante, piagnone, pensose o peggio, dall’orrida e diafana rappresentazione incarnata di questa visione tutta maschile, da parrocchietta e erotomani della Fgci, dell’attrice-geco asessuata Alba Caterina Rohrwacher , inquietante fantasmino da tappezzeria che tanto piace al cinema di Stato per la sua prescindibilità.
Senza poi citare tutto un sottobosco di vassalli che devono tradurre i misteriosi voleri del vate di turno: “Se ha detto così intendeva colà” E passano gli anni in anticamere umide a parlare con questi frustrati finché non ne trovi uno nuovo perché loro sono scomparsi in qualche clinica psichiatrica sulla braccianese o piadinari a Reggio Emilia.
Nel frattempo ieri sera ho rivisto Birdman su Netflix. È incredibile quante cose mi fossero sfuggite e quanto sia bello questo film. Gli attori italiani dovrebbero vederlo due volte a settimana e ripeterlo a memoria tipo mantra interpretando tutti i ruoli e poi andare comunque affanculo ma almeno più consapevoli, con la chiarezza di aver capito di aver sbagliato tutto e con rassegnata malinconia.

Ecco, alla luce di tutto il panorama maneggione e intrallazzone da Roma Congo del cinema tutto e comunque, della letteratura non parlo e non voglio parlare, della comunicazZione parlerò, ho deciso, grazie al capolavoro di Iñárritu, di ricominciare ufficialmente a scrivere; motivo per il quale intendo, come già detto tempo addietro, prendere marito. Feudatario. Gradita sala delle armature. Graditi tre o quattro Caravaggio, e soprattutto con servitù disposta ad ordire truffe, che passi le sue giornate a controllare i nostri vigneti e a salutare i fattori benedicendo le giovani figlie dei nostri contadini mentre io, depressa ma ricchissima, leggo San Tommaso in una segreta del nostro castelletto umbro e discuto di cinema italiano di qualità e del mio progetto di documentario sulle minoranze tutte, guardandomi allo specchio.
Chiamare ore pasti dal mezzo miliardo in su.

Figlia degli squali

#cheregazzina

Avete presente il traffico?
Sì. Il traffico. Le macchine. Con quei musi lunghi, le luci anteriori accese, una dietro l’altra magari alle sei del pomeriggio quando tutti stanno uscendo dall’ufficio e vanno a riprendere i figli a nuoto.
Sì. Le macchine.
A Roma.
Ecco, dalla mia finestra da quando ero bambina non ho fatto altro che guardarle per tutta la vita, di immaginarmi chi le guidasse ed immaginavo sempre uomini, di 40 anni, annoiati, arguti, pensierosi, impegnati.
Ho plasmato il mio ideale di -persona tipo-, non di compagno, ma proprio di persona, di individuo su questo immaginario. L’automobilista scoglionato.
L’empatia che provo nei confronti di chi fa parte di questo insieme di persone mi ha sempre facilitata sul lavoro, lo ammetto, sono sempre piaciuta ai capi. Sempre stata la cocca di chi decide. Perché l’appeal della Lolita è qualcosa di innato, non scegli di averlo, non scegli l’orientamento sessuale, non scegli le amicizie. Ti scelgono loro.
E allora ti ritrovi nell’immaginario di ognuno di loro man mano che cresci come la figlia che non hanno avuto, la ragazzina sveglia, la confidente che non li accoltellerebbe mai alle spalle, la bimba spaurita dei film che poi diventa la collaboratrice perfetta. C’è chi individuerebbe del narcisismo patologico in queste dinamiche, chi la vedrebbe come una mappa per il proprio tornaconto personale.
Ma gli squali li ami o li odi e, nel mio caso, non li amavo. Non li ho mai amati. Volevo solo somigliargli. Sono stati il mio primo punto di riferimento. Volevo diventare uno squalo anche io.
Il problema arriva quando te ne innamori, quando ancora non arrivi alla consapevolezza che quella stima non può essere trasformata in attrazione fisica. Non sempre almeno.
Ma quando suona il campanello d’allarme te ne accorgi. E lì devi scegliere.
Voi vi innamorereste mai di uno squalo?
#vale

Netflix ou la résistance

#emme

Sono fissata. Fissata davvero. Credo ormai di non poterne più uscire perché ne sono ormai dipendente ma, dio, sì, non posso fare a meno di Netflix.

Non per le serie. Amazon Prime ne ha di migliori, per esempio.

Ma quando lavori con la comunicazione e capisci un minimo di formule, sarà per quella dannata passione che non ho mai assecondato al liceo per la fisica che, mortacci mia, a quest’ora ero all’estero e vaffanculo, necessariamente noti delle differenze. Delle differenze abissali.

Il Marketing, questa entità sconosciuta ai reggicoda del cinema, dei Beni e delle arti culturali italiane e impegnatissime che, vostra Signoria Santa protettrice di questa grande Nicchia, ora inzeppo un altro dialogo di sospiri e non detti che Maya Sansa levati.

Io non so voi, ma questa differenza abissale tra logica aziendale snella ed efficace nella sua mefistofelica essenza che riesce pure ad essere pregna di contenuti e l’illogicità del generone romano di buffet chilometrici, risolini, mignottame, ma di nicchia, e sussurrati: “Ma hai saputo di Gianni?” che poi chi cazzo è Gianni, io la trovo imbarazzante.

 

-Netflix è il dodicesimo Stato al mondo per numero di abitanti, ha una capacità di pianificare scelte predittive su base algoritmica perché può alimentare i suoi dati su base comportamentale: cosa e come scelgono i suoi utenti di cui conoscono quasi tutto e come personalizzare l’offerta nel paginone iniziale per il singolo utente. Una delle cose fondamentali è,ad esempio, l’immagine , ” la locandina”, che Netflix mette per i film. Il calcolo che hanno fatto è: l’utente sceglie un film in media con un’attenzione di un 1.8 secondi, è attratto dal font del titolo e dall’immagine. E l’immagine incide sull’80% delle scelte.-

 

Avete mai provato a parlare di locandine con un produttore o con un distributore italiano? Non potendo targettizzare l’utente per etnicità e gender, perché se per caso avete avuto anche solo lontanamente a che fare con questo mondo saprete che sarebbe una barzelletta anche il solo pensiero.

 

-Altra chiave di pianificazione è il doppio livello di exploration e exploitation e cioè ad esempio il Discover Weekly di Spotify è esattamente il livello exploration che è il più difficile da gestire su base algoritmica perché predittivo e di suggerimento ma sempre su base comportamentale. Si può calcolare il livello emotivo di reazione ad un’immagine? Sì si può fare attraverso due tecniche il biofeedback e Eye-tracking. Supportati da focus group e doppia visione dello stesso prodotto, un film ad esempio, con pubblico in target e pubblico fuori target. –

 

Se mai vi capiterà, e ve ne scampi il Signore, di parlare con una produzione di marketing cinematografico di product placement, di targettizzazione o di attirare investitori, sappiate che vi troverete davanti probabilmente la maceratese new age con le collane di lana cotta e la ricrescita che fa l’ ”uffigio stamba”, intrallazzona e da buffet e da tartine, finita lì fondamentalmente perché simpatica mascotte di questa corte dei miracoli e dei miracolati avvezzi a spiagge da festival a cui vanno per salutarsi a vicenda da lontano e riconoscersi bofonchiando col bicchiere in mano e la tartina in mezzo ai baffi.

 

Cinema e politica. Ambienti nei quali se parli di web usability e di come si usa, pensano che je stai a fa la supercazzola.

 

Per questo mi pare il limite del ridicolo, se non il naturale risultato di questo isterismo soffocato in un vuoto a perdere da circolo del centro storico, un ragazzetto trentenne che si candida alle primarie del PD, citando Lenin, con la corticciola di figli di papà viziati che parlano di diritto del lavoro e stanno al terzo master in dicotomia dell’essere e dell’essenza e dell’assenza senza mai aver lavorato un giorno, che ridacchiano come se avessero messo la colla sulla sedia della maestra.

 

Detesto chi non rischia nulla per le cose che fa e quindi non ha nessun interesse che vadano meglio perché comunque è al sicuro anche se andranno male grazie a un sistema di perpetue, prevedibili ed estenuanti mosse preimpostate, grazie al volemose bene.

E sappiate che se non riuscite a capire che serve un binomio tra efficacia e contenuti il vostro destino è segnato con una velocità esponenziale e non lineare. Sappiate che se non ve ne frega un cazzo di farvi capire dall’alto di una spocchia che non potete neanche permettervi, vi estinguerete.

Perché per paura di rendervi conto che esiste un mondo aldilà della vostra patologica endogamia, non rischiate nulla, non vi formate, non crescete e continuate a bearvi tra i belati dei famigli. E questo vi porterà al disastro strutturale e senza alcun rimpianto per le persone normali che neanche si accorgeranno che non esistete più ma in un secondo e otto sceglieranno il prossimo film a 9,90 al mese. Brutto eh? Pensando che sia un disastro ingiusto, er gapitalismo, e non il naturale sviluppo di chi è un orbo guidato da un cieco e insieme vanno verso il burrone, state andando in malora.

résistance.

#emme

#emme

Stai attenta
ha avuto tutto inizio in questa stanza
non perdere di vista neanche l’ombra
e fermati un momento a quel che sembra
a volte è tutto quello che è abbastanza
non chiederti se qui qualcosa è persa
tra quello che uno vede e che uno pensa
stai attenta, stai attenta almeno a te

attenta
stai attenta che mi ascolti in questa stanza
e proprio come me non hai pazienza
stai attenta, stai attenta almeno a te
non dar la colpa a me

se tutto è bellissimo
se è come un miracolo
se anche il pavimento sembra
sabbia contro un cielo
che si innalza altissimo
intorno a noi è bellissimo
attenta.

stai attenta
attenta che si muove questa stanza
se chiudi gli occhi un treno è già in partenza
un passeggero perde sai con poco la pazienza
come me che resto senza

il cuore l’ho copiato in una stanza
non fare caso a quest’impertinenza
stai attenta, stai attenta almeno a te
non dar la colpa a me
la colpa a me

se tutto è bellissimo
se è come un miracolo
se anche il pavimento sembra
sabbia contro un cielo
che s’innalza altissimo
intorno a noi è bellissimo
attenta.

respira.

#emme

Respira.

Continua a respirare. Brava. Butta fuori tutto.-

Se lo era immaginato così in fondo quel dolore ed era importante, estremamente importante fissarlo bene, soprattutto in quel momento privo di certezze, in quel periodo, in quell’anno così decisivo. In quel “Mille non più Mille” in cui le strade sembravano vuote e senza vita, in quella teca costruita sulle paure e sui vuoti di senso, su certezze traballanti e dogmi inesistenti.

Bruciava.

Doveva bruciare.

E più bruciava, più sentiva, si sentiva. Trattenne un altro respiro, soffocandolo. Diego se ne era accorto, ma aveva continuato a calcare, a fare finta di nulla. L’ago per le linee più spesse doveva fare più male, dicevano. Non era vero. La punta più larga comprimeva il dolore in un qualcosa di più netto, di più immediato. Era la punta fina ad essere infame, tanto.

Fino a poche ore prima era seduta sulla sdraio del proprio terrazzo, il piumone addosso, la tazza di caffè nero stretta tra le mani, quel vento del mattino che sapeva di inizio e una Roma periferica addormentata, le strade fumose e dense di fantasmi fatti di odio verso gli altri, immotivato, terribile, i murales pieni di promesse e di “per sempre”: forse le uniche testimonianze di una realtà viva, di un’espressione; messa a tacere certosinamente da pennellate bianche e irreprensibili.

Ma soprattutto quell’attesa.

Tutti stavano aspettando qualcosa. Cosa?

Era sicuramente qualcosa di importante, ma cosa? Lo aveva dimenticato, forse. No, impossibile.

C’era quel ragazzo. Quel ragazzo fiorentino che parlava di verità, quanto le era rimasto dentro.

Quante campagne, quante volte in cui ci aveva creduto davvero, ci credeva ancora, ci avrebbe creduto sempre.

Le aveva sempre ricordato quel video dei Depeche Mode, “Enjoy the silence”, il suo primo libro letto da bambina: un manuale di astronomia per i più piccoli, da lì aveva cominciato a credere che le cose potessero cambiare davvero, che ci fosse una verità da cercare sempre, le ricordava l’amore per la mitologia che aveva sempre coltivato. L’ambizione, quella sana, quella giusta. Una canzone dei Coldplay e le mattine prima di Natale. Le ricordava tante cose diverse quel ragazzo che faceva politica. Troppe per non provare a lottare con lui.

Ci sono molti motivi per cui le persone decidono di diventare quello che sono, ci sono molti motivi per cui aspettiamo qualcosa.

Tutti sembravano in preda ad un’ansia caotica: il lattaio, la maestra di Matilde, sua madre quando veniva a citofonarle per chiederle se aveva bisogno di qualcosa al supermercato, le mattonelle della cucina.

Sì, anche loro, sembravano sempre un po’ di più, contandole. Perché?

Cosa stava crescendo nella coscienza di tutti?

Lei non lo sapeva, ma sapeva che c’era un vuoto. Un vuoto di senso, una mancanza di direzione.

Tutti stavano aspettando qualcosa. Cosa?

“Calcola che ho quasi finito.”

-Lo voglio più cattivo. Lo voglio più da strega.-

-Ma tu non sei una strega. Anche io volevo fare il diavolaccio quando ho cominciato a fare questo lavoro, vent’anni fa. Poi ho scoperto di credere in Dio, e parecchio pure.

Di nuovo una scossa le attraversò la schiena, uscì altro sangue.

-“Buona che ho fatto, ferma.”-

A spiegartelo Diego caro, che ne avevo bisogno davvero, che dovevo ricordarmi qualcosa.

Dovevo ricordarmi di un senso che era stato perduto, un senso di cosa?

La verità.

-Un tatuatore che va in chiesa? Ambisci a diventare il santo patrono dei tatuaggi?-

-La Madonna di Loreto. Non lo sai che i primi cristiani non potendo portare con sé icone sacre se le facevano tatuare addosso? E lo si poteva fare al Santuario della Madonna di Loreto. Lei è la patrona dei tatuaggi, ragazzina. E ora ti faccio male davvero. Respira.-

Sapeva di metallo quel dolore, sapeva di tutte le sfide che non aveva vinto e che stava vincendo, sapeva di botte, di lacrime prima di dormire, sapeva di sangue e di notti fredde, ma soprattutto sapeva di verità.

Ci sono molti motivi per cui una persona decide di diventare quello che è. Del resto le favole insegnano proprio questo, no? Fai quello che è giusto fare, poi vinci tutto: castello, principessa e popolo osannante. Poi un bel giorno ti imbatti nel monologo finale di Trainspotting e cambi idea.

La verità, la responsabilità, la consapevolezza.

Tutti stavano aspettando qualcosa.

Il dolore continuava, ero diventata rossa come una lattina di coca cola per trattenere le lacrime, quando mi ricordai improvvisamente della neve a Roma.

Della pioggia di quella mattina.

Di tutte le volte in cui avevo capito chi ero, della prima volta che avevo visitato Firenze, di tutte le volte in cui avevo capito e basta.

C’è qualcosa di giusto in quella pioggia, c’è qualcosa di vero in quella neve e soprattutto c’è qualcosa di sicuro in quell’acqua che scorre. La stessa sicurezza del dolore senza il bisogno di provarlo, la stessa verità di chi ha visto mille volte lo stesso film, la stessa giustizia di chi conosce il cemento. Di chi sa toccarlo, davvero.

Diego con tutte le soddisfazioni del caso, dopo avermi vista tornare di un colore normale si stava togliendo i guanti quando Luca, un’apprendista veneto di diciotto anni, scappato di casa per venire a tatuare proprio con Diego Brandi, si avvicinò per vedere come stava venendo e con un romano stirato, esordì:

-“Oh, ‘na bomba.-

Lo guardai, forse neanche davvero, socchiudendo gli occhi e lasciandomi andare, mentre tenevo forte il bracciolo di pelle posto dietro di me inarcando la schiena e affondando le unghie nella pelle finta del lettino. Mi lacrimavano gli occhi, ma ero felice. Felice di aver toccato di nuovo la verità, quella che mi mancava così tanto. Sapevo dove dovevo andare.

Quella che tutti stavano aspettando.

-Il dolore non te chiede “per favore”. Lascia andare, è l’unica.-

-Lascio andare, Luca. Hai ragione. –